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Font vs carattere. Un aggiornamento di Licia Corbolante

Nonostante sia passato diverso tempo e il fatto che in questo blog in passato abbia trattato anche problemi traduttivi più complessi, l'argomento che attira di più sembra sia essere quello intorno a maschile e femminile del termine font.

Due giorni fa un utente ha posto una domanda leggermente diversa in un commento a quel post.

Ciao a tutti. La discussione è molto interessante, mi avete chiarito tra l'altro un paio di cose, quindi grazie.

Metto sul fuoco altra carne: tempo fa in seguito ad una discussione sull'argomento mi era stato detto che "carattere" è un termine legato prettamente alla stampa con i "caratteri mobili" appunto, i piombi; mentre le "font" sono esclusivamente i tipi di lettere digitali, ".ttf" ecc... per intenderci. Non ho ancora avuto modo di documentare l'attendibilità della cosa, quindi intanto chiederei un vostro parere.
 Come ho risposto all'utente, conosco una sola persona con le competenze per rispondere: Licia Corbolante.
Ho scritto a Licia per chiederle dritte e, con la solita squisita gentilezza che la contraddistingue, non si è limitata a rispondere. Mi ha dato materiale per un post :)
Ecco quindi la risposta di Licia.

Non credo si possa dare una risposta definitiva: dipende da chi usa i due termini e può darsi ci sia qualcuno in qualche ambito specifico che fa questa distinzione, che in ambito informatico io non ho mai sentito (in ambito tipografico non mi pronuncio). Va comunque sottolineato che anche in inglese la terminologia è molto fluida, ad esempio e c’è confusione tra cosa identifichi il termine font e cosa invece typeface (ne aveva accennato anche un articolo di The Guardian di qualche anno fa quando era uscito un libro sull’argomento font,  True to type: how we fell in love with our letters) e ne avevo parlato in due vecchi post, Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 1 e Font, typeface, famiglie e tipi di carattere – 2. Per farla breve: i concetti sono abbastanza chiari, c’è invece ambiguità tra le “etichette” che vengono usate per identificarli.

Nel lessico comune non mi pare ci sia alcuna distinzione tra caratteri “tradizionali” e “informatici”, perlomeno non a giudicare dalle voci dei principali dizionari per le quali font e fonte vengono sempre spiegati dicendo che sono insiemi di caratteri. Si possono comunque notare alcune piccole differenze nel descrivere i concetti che identificano. Ecco cosa ho trovato:

Zingarelli
font: (tipogr.) fonte nel sign. 3
fonte: (tipogr.) nella composizione tipografica, il tipo di carattere contraddistinto da un particolare disegno e dallo stile
carattere: (tipogr.) carattere mobile, nella composizione tipografica, piccolo parallelepipedo in lega tipografica, legno o plastica che ha sulla parte superiore una lettera o segno incisa a rovescio per la stampa | segno stampato secondo caratteristiche formali, stilistiche e storiche (anche nella videoscrittura e nella fotocomposizione): carattere tondo, corsivo; carattere Garamond, Granion; caratteri veneziani, antico stile, transizionali, moderni, bastoni, fantasie | carattere di fonderia, quello componibile a mano | carattere chiaro, neretto o grassetto, nero, nerissimo, secondo lo spessore delle aste | carattere di testo, quello che per la sua leggibilità viene usato per libri, periodici e in genere per scritti molto lunghi

Devoto-Oli 
font: fonte (carattere tipografico).
fonte: Serie completa di caratteri tipografici o informatici.
carattere: In tipografia, corredo di lettere dello stesso tipo: c. tondo, grassetto; c. mobile

Sabatini Coletti
font: tip., inform. Serie completa di caratteri dello stesso tipo, distinti per stile e corpo
carattere: tip. Elemento recante in rilievo la lettera o il segno da stampare, usato nella composizione tipografica detta a caratteri mobili; la sua realizzazione nella videoscrittura e nella fotocomposizione: c. tondo, corsivo

Treccani:
font: termine usato nell’informatica con lo stesso sign. del fr. fonte (v. fonte2), dal quale deriva.
fónte 2 s. f. – Francesismo (fr. fonte ‹fõt›, der. del verbo fondre «fondere», che significa propr. «fusione») accolto in ital. nel linguaggio di tipografia e nelle tecniche di fotocomposizione e di editoria elettronica per indicare un insieme completo di caratteri contraddistinti da un particolare disegno (Times, Helvetica, ecc.) e stile (corsivo, grassetto, ecc.); è di uso molto comune anche il termine ingl. font (per lo più al femm. ma spesso anche al maschile).
carattere: In senso collettivo, il complesso dei caratteri necessarî per la composizione di un testo a stampa, disegnati e fusi secondo una particolare conformazione e uno stile ben riconoscibile, distinti tra l’altro dalla presenza (o assenza) e dalla forma dei tratti terminali, dal tracciato lineare o variamente modificato e aggraziato dell’asta, e diversamente qualificati secondo una tipologia che tiene conto dell’impiego (c. comuni o di testo e c. per titoli), dello stile (c. tipici o classici, c. di fantasia; c. latini o romani, gotici, ecc.), ma più comunem. indicati con denominazioni specifiche, derivate per es. dal cognome di chi li ha disegnati e introdotti nell’uso (così il Garamond, dall’incisore e fonditore francese Claude Garamond, 1480-1561; il Baskerville, dal tipografo e fonditore inglese John Baskerville, 1706-1775; il Bodoni, dall’incisore e tipografo piemontese Giambattista Bodoni, 1740-1813), dal nome di un editore (l’aldino, l’elzeviro), dal nome di un autore la cui opera sia stata stampata con quel carattere (per es. il Bembo), di una pubblicazione periodica (Times), di una illustre tipografia (Oxford, Clarendon, dalla Oxford University Press, chiamata anche Clarendon Press, la tipografia dell’Università di Oxford), oppure allusive a caratteristiche di espressione formale (per es. il carattere Semplicità), ecc. Ciascuno di questi tipi comprende più serie di caratteri, le quali si differenziano o per la pendenza dei singoli segni (così il tondo, in cui le aste dell’occhio sono perfettamente verticali, e il corsivo, in cui l’occhio è inclinato da sinistra a destra) o per il «tono», cioè per la grossezza del tratto, tecnicamente detta forza d’asta (si ottiene così il chiaro, il nero, il neretto o grassetto, per cui si hanno le serie tondo chiaro, tondo nero, tondo neretto, corsivo chiaro, corsivo neretto, ecc.); limitatamente alle lettere alfabetiche, ogni serie dispone dei segni minuscoli e maiuscoli, mentre il maiuscoletto è in genere previsto soltanto nella serie tondo chiaro. Per ogni stile, infine, le diverse serie sono fuse in grandezze diverse, tecnicamente dette corpo del c., e misurate in punti tipografici: c. di corpo 9, di corpo 12, ecc. (v. corpo, n. 9).

In conclusione, non mi sembra proprio che ci sia alcuna distinzione tra caratteri di piombo e caratteri digitali (anche perché carattere ha comunque il significato di “ciascuna delle rappresentazioni grafiche delle lettere di un alfabeto o dei segni di una scrittura”).
Licia Corbolante

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